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Claudio Trotta parla di “Vinilici”, racconta la bellezza della musica e i suoi retroscena: quando i dischi costavano più dei concerti

Nel cuore di Trastevere, la nostra inviata Chiara Giuria Cortese ha intervistato Claudio Trotta per parlare di Vinilici – il film uscito su Amazon Prime Video in cui è tra i protagonisti – e dell’Ambrogino D’Oro, onorificenza prestigiosa e illustre che gli verrà conferita il 7 dicembre. Dal 1946, il Comune di Milano consegna questo riconoscimento a uomini e donne che, in base a caratteristiche della loro vita, delle loro azioni e delle loro attitudini, hanno saputo dare un contributo speciale alla città.
Al riguardo, Trotta afferma: “È evidente che io, in più di quarant’anni, abbia fatto tantissimo per la mia città, sia in ambito culturale che musicale. Sono contento di avere ricevuto questo riconoscimento per motivazioni partecipate, vere e sentite. Hanno usato la metafora “Davide contro golia”, e devo dire che mi sento ben rappresentato, avendo per tanti anni evidenziato i mali dell’omologazione culturale e dell’abuso di posizione dominante.”

Ci sono diverse attività che depauperano le persone da ricchezze preziose, come la diversità culturale, la possibilità di emulare ed esprimersi in arte. Ora più che mai, con il lockdown, i valori della condivisione e dell’accessibilità diventano fondamentali. Claudio Trotta per anni si è battuto per la lotta al secondary ticketing, ovvero la rivendita non autorizzata di biglietti per concerti.
“Il secondary ticketing è impropriamente definito bagarinaggio elettronico. In realtà non è un sistema costruito all’esterno della filiera del mondo dello spettacolo, ma purtroppo all’interno: le multinazionali che lo hanno governato sono le grandi società che spesso hanno sede in paradisi fiscali. Quando società americane come Live Nation, svariati anni fa, avevano messo in vendita i biglietti del tour di Bruce Springsteen ed era diventato istantaneamente impossibile acquistarli, si veniva indirizzati a un altro sito dove però il costo era dieci volte maggiore. Lui aveva denunciato il fatto, ma non è sempre così: a volte c’è il consenso degli artisti stessi, come nel caso dei Metallica, che avevano autorizzato il secondary ticketing per il 20% dei biglietti. A mio parere, speculare sulle passioni delle persone è un crimine. Io ho organizzato la prima e unica conferenza internazionale su questo fenomeno, e il nostro logo era il viso di un ladro.”

Claudio Trotta è il creatore dell’associazione Slow Music, che ha anche un canale Youtube (We Are Slow Music) nel quale è possibile vedere svariati contenuti. Chi desiderasse approfondire i temi trattati, può scrivere a questo indirizzo info@slowmusic-net.eu.
Al riguardo, ci racconta: “Carlo Petrini ha creato Slow Food: io ho la fortuna di conoscerlo e ho pensato fosse importante provare a emularlo, costruendo un movimento che mettesse al primo posto la salvaguardia della bellezza, dell’identità, dei produttori indipendenti e della territorialità ma, allo stesso tempo, della contaminazione corretta nel campo della musica. Quello che stiamo cercando di fare con un codice e comitato etico è essere presenti nel mondo reale. Durante il lockdown, abbiamo creato un rotocalco culturale, Slow club: insieme alla collaborazione di artisti, giornalisti, scrittori, musicisti e attori, abbiamo avviato questa rubrica culturale con diversi contributi artistici da casa e tre rubriche, una delle quali segnalava la bellezza delle rete come elemento che si aggiunge all’esperienza reale, suggerendo concerti, film, documentari, libri. Oltre a questo,  c’è stato un episodio live di tre ore a Castello Sforzesco, chiaramente rispettando tutte le misure di sicurezza. L’obiettivo è quello di aiutare il mondo dello spettacolo e dei live, che ora sono profondamente in difficoltà. Non si può continuare a vivere sull’assistenzialismo dello stato, ognuno nella propria individualità davanti a uno schermo. Bisogna tornare in sicurezza a stare insieme.”

Dal suo libro “No pasta no show – I miei 40 anni di musica dal vivo in Italia”, si deduce che è un grande estimatore di vinili. Non a caso, è uno dei protagonisti del docu-film “Vinilici. Perché il vinile ama la musica” di Fulvio Iannucci.
“Io ne sono un vero appassionato, ogni giorno compro e ascolto qualcosa di nuovo. In tutta la mia vita, fino a ora, ho collezionato circa 15mila vinili. Vinilici è un ottimo lavoro che, attraverso testimonianze come la mia, ha il compito di trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza di un oggetto che non è solo vintage, ma ha una straordinaria forza evocativa, culturale, comunicativa e informativa.
La musica è un linguaggio universale, forse solo fare l’amore con la persona che si ama ha la stessa forza di ascoltare della musica insieme, e il vinile è uno strumento per godere di questa straordinaria bellezza. A me piace tantissimo vedere la mia collezione, guardare la copertina e leggere i testi. Per molti anni noi abbiamo vissuto in una situazione nella quale si diceva che la musica costava troppo. Io ho cominciato questo lavoro negli anni ’70, quando il vinile aveva un prezzo molto più rispetto ai concerti: il costo di un biglietto si aggirava attorno alle due mila lire, mentre un vinile costava sui 12-13 euro. La musica riprodotta, pur essendo riprodotta e quindi sempre uguale a se stessa, costava più della musica dal vivo, che invece ha una sua unicità irripetibile. Adesso la musica costa molto di più, ma costa comunque poco rispetto a quello che c’è dietro. Purtroppo gli italiani non badano a spese se parliamo di smartphone e cene fuori, ma non sono disposti a spendere 20 euro per un nuovo album. La musica è espressione di una propria identità ed è fondamentale: un film come Vinilici è un bel viatico per farlo comprendere.”

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