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“La geografia del buio” di Michele Bravi è un album così fragile che ad ascoltarlo si teme di ferirlo. Eppure va fatto

Michele Bravi è tornato, dopo tanto tempo, con un nuovo album che diverse volte è stato rimandato a causa dell’incertezza del periodo in cui stiamo vivendo. Ma forse è stato meglio così, perché quello che merita questo disco è spazio, tanto spazio. Non è infatti un caso che la protagonista di questo racconto sia proprio la geografia che, attraverso dieci canzoni, cerca in qualche modo di mappare il dolore, senza alcuna pretesa di definirlo, bensì di attraversarlo, accompagnarlo, viverlo.

Non è semplice raccontare la propria sofferenza in una maniera così genuina e sincera, denudandosi completamente di fronte a un pubblico che potrà commuoversi, ma anche ferirti. Eppure questo album è un unicum nella storia musicale italiana: è un libro che, una volta finito e chiuso, non riusciremo più a riaprire a cuor leggero.

La voce di Michele Bravi è ossimorica, perché è quasi silenziosa, come se non volesse disturbare ma avesse l’urgenza di parlare. È roca, tremante, sofferente. A volte le parole sono accennate, come da qualcuno che le impara per la prima volta e teme di sbagliarne la fonetica, oppure da qualcuno che ha smesso di parlare per anni ma improvvisamente si trova in una situazione che lo costringe a pronunciare qualcosa, così, d’improvviso. E, impreparato ma conscio di doverlo fare, prende coraggio e recupera il lessico dimenticato.

Il disco è composto da dieci canzoni, due delle quali già erano state lanciate come singoli: “La vita breve dei coriandoli” e “Mantieni il bacio”. Sarebbe impossibile non tenere conto delle letture che Michele Bravi ha intrapreso durante questo percorso di rinascita, e questo è più che mai evidente proprio nel secondo inedito, che è il titolo di un libro dello psicoanalista e scrittore Massimo Recalcati. Nel brano è centrale il ruolo dell’amore, l’unica cosa davvero in grado di salvare dalla ferita del mondo e di spingere a custodire la bellezza e distinguerla nettamente dal frastuono che la circonda.

L’incipit è “La promessa dell’alba”, nella quale viene descritta la geografia del buio: una stanza dipinta di nero che oscura tutto quello che contiene, compreso il pensiero, la logica e persino il fiato. Ma poi succede che l’ansia si trasforma in adrenalina e il nero diventa acqua marina, e forse è lì che si intravede uno spiraglio di leggerezza.

“Maneggiami con cura” è una canzone delicatissima che pretende cura, scritta da chi è cresciuto distante da regole comuni, ‘con la testa sulla terra, sotto i piedi il cielo‘. Sembra una preghiera rivolta alle persone con le quali decidiamo di disarmarci con la speranza che non utilizzino le nostre fragilità per farci male.

“Un secondo prima” è un inno di amicizia nei confronti di chi riesce a starci accanto anche quando piovono sassi. Non a caso è un duetto con Federica Abbate, una delle persone più importanti della vita dell’artista, che l’ha descritta come “un elastico al polso” in grado di aiutarti quando sei scompigliato.

“Storia del mio corpo” è un brano che riesce a fare fisicamente male: un racconto delle paure più oscure e profonde incollate alla casa che ci ospita e che dobbiamo curare perché ci appartiene, anche quando è ostile e si porta addosso tutti gli orrori che sono successi, anche quando gli occhi sono così persi e assenti che dubitiamo di esistere.

“Tutte le poesie sono d’amore” analizza l’importanza della superficie delle cose e racconta di come ci si possa commuovere quando ci riconosciamo nei gesti che facciamo e nelle parole che pronunciamo.

“Senza fiato” è il carpe diem dell’album, che ci esorta a non pensare sempre a tutto ciò che può succedere, ma a vivere l’istante stesso nel quale siamo immersi, ripromettendoci di smetterla di cambiare per gli altri, di liberarsi – ‘strato dopo strato‘ – del proprio passato e non accumulare rimpianti.

La canzone che continua questo percorso mette in crisi un concetto, rivoluzionandone il punto di vista: “Quando un desiderio cade”, ‘tu esprimi nuove stelle‘.

Ed ecco la fine di questo viaggio che, tappa dopo tappa, ha cercato di analizzare la grammatica del dolore: “A sette passi di distanza”, la prima scritta durante il silenzio e l’ultima che descrive gli spazi del buio, è bisbigliata tra i tasti di un pianoforte e ci dedica un conclusivo silenzio.

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