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La violenza sulle donne nel 2020 ai tempi della pandemia. Non per tutti casa è un luogo sicuro

Le chiamate al numero antiviolenza 1522 tra marzo e giugno 2020 sono state più di 15 mila: il 119,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2019.
È allarmante, come sempre, il report sulla violenza di genere e omicidi volontari con vittime donne pubblicato dal Ministero dell’Interno.
Dall’analisi dei dati, si rileva che vi è stato un incremento dei reati dopo la fine del “confinamento”.

In 89 giorni di lockdown, è morta una donna ogni due giorni. Se i dati affermano che gli omicidi siano diminuiti rispetto al 2019, è comunque alta la percentuale dei crimini commessi all’interno del nucleo famigliare: da agosto 2019 a luglio 2020, le vittime di questo genere sono 149, di cui 104 donne.

Il periodo che stiamo vivendo ha costretto a casa anche donne che, tra quelle mura, subivano violenza. Siamo abituati pensare alla casa come a un luogo confortevole e rassicurante, ma non per tutti casa è un luogo sicuro.

Nonostante siano passati ventiquattro anni dall’approvazione della legge sulla violenza delle donne, grazie alla quale lo stupro è diventato un reato contro la persona e non più contro la morale, i casi di molestie nei confronti delle donne continuano a verificarsi, palesandosi nelle maniere più insidiose e da molti ritenute poco gravi – come il catcalling (apprezzamenti, versi e commenti da parte di sconosciuti mentre si cammina tranquillamente per strada) e il cyber-flashing (l’invio, tramite dispositivi, di foto sessualmente esplicite non richieste) o nelle maniere più gravi, come lo stalking, gli abusi, lo stupro e, nel peggiore dei casi, il femminicidio.

Il senso di potere e possesso del corpo femminile, accompagnato dalla sua continua oggettificazione, ignora completamente un termine fondamentale: il consenso. Un “no” sembra non bastare mai una, due, tre volte.
Questa prevaricazione si manifesta anche attraverso il revenge porn, un reato che riguarda la condivisione pubblica di foto o video intimi senza il consenso dei protagonisti degli stessi (spesso utilizzato per vendetta in seguito alla rottura di una storia).

Viviamo in una società basata sulla cultura dello stupro, che istruisce le donne a difendersi piuttosto che educare gli uomini a non stuprare.
Ma viviamo anche in una società che non dà importanza a ciò che dice e a ciò che legge: assistiamo quotidianamente a titoli di giornali che romanzano, edulcorano o minimizzano la violenza sulla donne, parlando di “goliardia” e di “cose da uomini”.
Tutto questo contribuisce a disincentivare le donne a denunciare, perché timorose di essere poco credibili anche in presenza di prove, o di essere accusate e colpevolizzate (victim blaming) per essere tornate a casa più tardi del solito, per aver bevuto troppo, per essersi vestite in maniera “troppo sexy” o per essersi scattate una foto provocante.

Bisogna cominciare a utilizzare un linguaggio corretto e rispettoso che non svanisca immediatamente dopo il 25 novembre, ma sia il punto di partenza per una società che non si definisca soltanto sostenitrice della parità, eppure abbia tutte le carte in regole per esserlo davvero.

La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne fu istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960, infatti, le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze, furono stuprate, torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

Radio 104 dedicherà finestre di approfondimento sul tema all’interno dei programmi in palinsesto, mettendo in rotazione “Fiabe / Anima vai” di Loredana Bertè. Pubblicato originariamente nel 1977, “Fiabe / Anima Vai” è il quarto 45 giri di Loredana Bertè che ha dichiarato: “:“Bisogna denunciare e chiedere aiuto subito, al primo schiaffo. Da quando c’è il Covid è ancora più pericoloso per le donne. Le strade sono semideserte e spesso le donne sono costrette in casa con uomini violenti, tutto il tempo, senza via di scampo. Ripeto: bisogna denunciare e chiedere aiuto. Vi lascio un numero importantissimo, l’1522, linea d’aiuto sempre attiva contro la violenza e lo stalking, e il sito www.1522.eu”.

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