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Pier Paolo Pasolini: 45 anni fa l’assassinio di un intellettuale scomodo che voleva smascherare le ipocrisie dell’Italia

È la mattina del 2 novembre 1975 quando, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, viene trovato esanime e martoriato il corpo di Pier Paolo Pasolini, che verrà riconosciuto per primo dall’amico Ninetto Diavoli.
Massacrato di botte e investito più volte dalla sua auto, un’Alfa Romeo 2000 GT: queste le cruenti condizioni di un uomo la cui morte rimane tutt’oggi un irrisolto mistero che ha dato adito a una lunga serie di ipotesi e congetture, e anche speculazioni.

Venne arrestato un diciassettenne, Pino Pelosi, che confesserà di averlo ucciso perché l’uomo era intenzionato ad avere con lui un rapporto sessuale non consensuale. La ricostruzione dei fatti risultò lacunosa e poco attendibile (il ragazzo non aveva addosso alcuna traccia di sangue), ma la sentenza di primo grado a carico del ragazzo lo condannò per omicidio volontario in concorso con ignoti, probabilmente una banda di “ragazzi di vita”.
Trent’anni dopo, Pelosi ritratterà e confesserà di non essere stato il solo esecutore, incolpando un gruppo di “uomini dall’accento calabrese o siciliano” non ben identificati a bordo di un’auto targata Catania. La veridicità delle affermazioni del 2005 è dubbia, viste le varie contraddizioni, ma risultano sicuramente più plausibili rispetto alle dichiarazioni fatte nel ’75.

A investigare con grande vigore e indignazione per la ricerca della verità fu la giornalista Oriana Fallaci, sua grande amica, che scrisse diversi articoli su “L’europeo” che rivelavano inquietanti confessioni in anonimato di informatori, in particolare di un ragazzo romano, che si dichiaravano a conoscenza dei fatti.

Oriana Fallaci al processo contro Pino Pelosi

L’uccisione di Pasolini venne strumentalizzata e indirizzata da quella televisione che il poeta aveva definito “stupidità delittuosa”. Ma quell’omicidio non era soltanto un fatto di cronaca: la sua morte portava con sé un pezzo enorme di cultura, arte, poesia.

“Chi lo aveva ucciso si sentiva non solo autorizzato, ma pensava di aver fatto qualcosa di buono, di aver ripulito il paese” dichiarò Bernardo Bertolucci nel giorno in cui la procura di Roma annunciò che l’inchiesta sulla morte di Pasolini sarebbe stata nuovamente aperta.

Le ipotesi che sono state proposte durante tutti questi anni sono moltissime – alcune plausibili, altre assurde – ma tutte hanno in qualche modo un comune denominatore: Pasolini era un uomo scomodo per la società di allora, e probabilmente lo sarebbe stato anche per quella di oggi.
Omosessuale, anti-fascista e anti-borghese, provocatore fuori dal coro, letterato irriverente e scandaloso. Le sue ideologie illuminate e la sua fluidità di pensiero si potevano percepire in tutte le sue opere, a partire dal suo romanzo “Ragazzi di vita”, passando per il documentario “Comizi d’amore” sui taboo sessuali in Italia e per l’articolo pubblicato nel novembre 1974 “Cos’è questo golpe? Io so”, fino ad arrivare all’ultimo film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”.

Le dediche postume – cinematografiche, narrative e musicali – rivolte a lui e al cosiddetto “delitto PPP” sono innumerevoli, ma una delle più dolci rimane la lunghissima e commovente lettera di Oriana Fallaci, che di lui disse che aveva il culto dell’intelligenza, della grazia, della bellezza, e scrisse: “scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati”.
Non verrà mai fatta giustizia, ma l’eredità che ci è rimasta è preziosa, ed è bene non dimenticarlo mai se non vogliamo contribuire alla seconda morte di quella rarità che era Pier Paolo Pasolini.



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