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Quarant’anni dall’omicidio di John Lennon: un artista anticonformista che sognava la pace e la libertà

John Winston Ono Lennon nacque a Liverpool il 9 ottobre 1940 e, dopo che il padre lasciò la famiglia, visse da solo con la madre Julia fino a quando, all’età di cinque anni, venne affidato alla “zia Mimì” , che gli comprerà la prima chitarra acustica e che John ricorderà sempre con nostalgia.
La sua creatività eccentrica fu evidente sin da bambino, e non sfuggì alla zia, la quale riuscì a farlo iscrivere al Liverpool College of art: fu proprio qui che John iniziò ad appassionarsi alla musica e, verso la fine degli anni ’50, formò i Quarry Men, la sua prima band musicale che poi si arricchirà con Paul McCartney, George Harrison e Pete Best. A quest’ultimo subentrerà poi il batterista Ringo Starr, dando origine alla formazione ufficiale dei The Beatles che tutti conosciamo.
Nel 1958, la madre Julia – che il biografo di John Lennon, Ian MacDonald, definì la sua grande musa – morì investita  da un’auto guidata da un agente di polizia ubriaco; fu un dramma per l’artista, che dichiarò: “avevo appena iniziato a ristabilire una relazione con lei quando fu uccisa“.
Lennon visse fino al 1963 nella casa di zia Mimì, che diventerà la residenza Mendips, al numero 251 di Menlove Avenue, e vedrà nascere le prime canzoni dei Beatles, che spesso si ritiravano in quella tranquilla dimora al fine di trarre ispirazione.

A testimoniare la sua ironia dissacrante e il suo sarcasmo polemico nei confronti del potere istituzionale, c’è una storica battuta che pronunciò durante un concerto al Royal Variety. Rivolgendosi al pubblico, disse: “Per la nostra ultima canzone vi chiedo un aiuto; le persone nei posti economici possono applaudire… gli altri possono agitare i loro gioielli”. 

Al 1969 risale l’episodio del bed-in – protesta pacifista contro la guerra in Vietnam e ogni tipo di violenza nel mondo – attuato da Lennon e Yoko Ono, dal 25 al 31 marzo, all’Hotel Hilton di Amsterdam. I due trascorsero la loro luna di miele restando a letto per un’intera settimana e facendosi riprendere da alcuni fotografi.

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Dopo la pubblicazione dell’ultimo album, che prese il nome dalla meravigliosa Let it be, John decise di abbandonare definitivamente la band per soddisfare il suo bisogno di vivere un’esperienza individuale, lontana non solo dai Beatles, ma dagli ingannevoli anni Sessanta. John divenne il paladino del pacifismo, mettendo in atto una rivoluzione musicale e politica. Quel sogno di non violenza venne impeccabilmente rappresentato prima in Give Peace a Chance e successivamente nel simbolico capolavoro di Imagine

L’8 dicembre 1980, intorno alle 22:51, mentre John e Yoko si stavano avvicinando verso l’ingresso del Dakota Building (un lussuoso palazzo che si affacciava sul Central Park nel quale i due risiedevano), Mark David Chapman – un fan di Lennon che qualche ora prima gli aveva stretto la mano e si era fatto autografare l’album Double Fantasy – fu colto da un’incontrollata follia e si accanì contro di lui, sparandogli cinque proiettili alla schiena. L’artista, prima di morire, pronunciò tre ultime disperatissime parole: “I was shot” (mi hanno sparato).
La ricostruzione del suo omicidio è stato oggetto di tantissimi complotti, film e libri, ma risulta evidente che quello fu il gesto di un folle con l’intento di una gloria personale. L’assassino, in una celebre intervista, rivelò infatti: “Ero un nulla totale e il mio unico modo per diventare qualcuno era uccidere l’uomo più famoso del mondo”. Tra le parole inquietanti e squilibrate di quest’uomo, è quantomeno emersa una verità: John Lennon è stato – e rimane – una delle personalità più influenti mai esistite, che ha segnato la storia della musica, ma anche della politica e dell’attivismo, facendosi portavoce di concetti e valori esemplari come la speranza, la pace e la libertà.


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